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La Storia di MadLand
| Il Vecchio, il Pazzo, il Bambino e la Donna si guardavan con
sospetto, ognun scrutando le emozioni dell’altro e cercando in un diverso
riflesso dell’iride le loro origini. Poi l’innocenza del fanciullo, ornata
da adulta elegante favella, ruppe l’agghiacciante silenzio: |
Signori… bella dama… non so da dove veniate né verso
dove andiate, ma vi parlerò del luogo da cui io provengo, di una terra
dove il tempo non scorre o sol s’illude di farlo intrappolato in una clessidra
che all’infinito gira….di una terra ove morte e vita si rincorron carezzandosi
per un lieve istante:
Decenni or sono una sanguinosa guerra sconvolse queste terre, io
non so dirvi quali furon le parti della contesa…ma so dirvi cosa ne rimase…
morte e ceneri…..e cenere dominò ancora per molto queste or meravigliose
lande. Insignificanti insediamenti umani provaron a riportar luce su
quelle terre, che però inaridite da sangue e distruzione, quasi come maledette,
sembravan non voler più ospitare forma di vita alcuna.
Fin quando la nera Signora, esiliata dal luogo natìo ed errante,
calpestò quel suolo, il suo fiato si confuse con l’aere di morte intrisa,
le nari se ne riempiron compiaciute. Si chinò su quel terreno sterile,
prese una manciata di cenere per poi osservarla disperdersi portata via
dal vento. Così decise…le tenebre da lei amate l’avrebbero condotta a
vita nuova. Avrebbe disperso la morte per stringerla nel proprio pugno,
dominarla come sempre aveva desiderato e conquistarsi con questo gesto
il timore di quelle rozze genti… l’avrebbero temuta e servita pregandola
di non ricondurli alle tenebre: ne sarebbe divenuta padrona! Per questo
avrebbe trascorso con Morte nove lune della sua esistenza, l’avrebbe sentita
scorrere nelle proprie vene e al calar del sole dell’ultimo giorno avrebbe
mostrato ad Essa con carminio segno il suo tributo: il corpo di un innocente
che vita avrebbe donato alla terra per vita in essa far risplendere. |
Trascorse mesi così riversa su quelle terre inaridite, là dove or
sorge un cimitero… si narra che il suo aspetto fosse stravolto da qualcosa
o da qualcuno…le iridi vitree non avesser colore, la chioma di giorno
in giorno perdesse il corvino aspetto imbiancandosi, chi l’avesse veduta
l’avrebbe scambiata per una delle tante vittime dei sanguinosi anni, il
cui corpo fosse misteriosamente ancor conservato.
Un giorno qualcuno proveniente dall’insediamento al sud della landa
la vide e, non saprei spiegarvi per quale motivo, ma con una rossa polvere
disegnò un sorriso attorno alle labbra violacee della nera Signora.
Le vitree iridi improvvisamente presero colore, i capelli tornaron
neri come l’ebano, di rosso si tinsero le bianche gote ed un urlo
strozzato fuoriuscì dalla bocca della Signora… Morte avea riconosciuto
il carminio segno del suo tributo: la terra intorno alla dama cominciò
a gorgogliare. Che fine abbia fatto quell’uomo non so dirvi, ma
so che le terre inghiottiron la nera Signora. Morte era soddisfatta…
le tenebre si ritiraron dal luogo, tiepidi raggi tornaron a illuminare
i cortili delle sporadiche abitazioni, verdi campi, e terre morbide
e fertili si sostituiron alle ceneri.
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In pochi anni le popolazioni , senza mai interrogarsi
su cosa avesse reso possibile ciò, cominciaron a coltivare la terra
arricchendosi con i suoi frutti, ed eressero una città florida e
accogliente. Persino i rozzi lineamenti di quegli uomini sembrarono
essersi affinati, quasi come se l’incanto avesse avuto effetto anche
su di loro portando luce sulle loro deformità.
Solo lì..dove la nera Signora scomparve prima del termine
delle nove lune, ancor permane l’odor della morte e anche nelle
ore del giorno, le tenebre sembran non scomparire ma solo nascondersi
facendo a tratti capolino.
Che storia raccapricciante! – esclamò la donna – non
vi invidio piccolo uomo, una terra con un così macabro passato
non varrebbe un sol ettaro della mia gioiosa e pien di vita:
I capi fondatori la incontraron quasi per caso, fortuita tappa del
loro lungo peregrinare, ma ne rimasero incantati… sconfinate terre verdi
e rigogliose, promontori ricchi di minerali da estrarre…una vera miniera
di ricchezze. Qualcuno narra che la tribù da sempre nostra alleata fosse
già giunta in avanscoperta in queste terre, e le avesse abbandonate il
giorno stesso del nostro arrivo, giudicandole inospitali per la loro gente.
Questo è quanto mi è stato raccontato, anche se non sono mai riuscita
a spiegarmi fino in fondo le ragioni di questa dipartita. Ma i rozzi energumeni
della tribù di Arendal non erano probabilmente in grado di apprezzare
le ricchezze di quel luogo. I minatori si diedero subito da fare estraendo
da quelle montagne gemme di purezza e dimensioni mai viste; in breve tempo
i capi si resero conto del potenziale economico del luogo e intrecciarono
una fitta rete di scambi con le regioni vicine. Le preziose pietre estratte
dal suolo e le colture numerose e varie in quelle terre tanto fertili,
fruttarono presto abbastanza per costruire il maniero di colui che divenne
il nostro Sovrano e innalzar solide mura intorno al loco.
Un sipario finalmente calava sulle vuote e sconfinate distese per
riaprirsi su una nascente ridente Cittadella.
Ben presto la fama di tale ricchezza e prosperità si diffuse richiamando
genti di ogni dove, che con le loro origini più impensate e variopinte
culture, impreziosiron la cittadella.
Artefatti resi sublimi da rari e preziosi materiali e abili e attente
mani di artigiani, riempiron le case di esteti, filosofi, amanti dell’Arte
e del Bello, aristocratici benestanti spinti nella Cittadella dall’eco
del suo splendore.
Persino là dove ancor mano umana non ha innalzato artificial splendore,
campi ricchi di floreali esemplari di rara meraviglia, ribadiscon ad alta
voce l’amor per Arte e Bellezza; strani fiori mai veduti in nessun’altra
città, simili a tulipani, ma di un rosso così intenso e vellutato che
tenendo un petalo tra le mani, esse restan irrimediabilmente di carminio
tinte.
Mai dama poté desiderare loco migliore per condurre la propria esistenza,
sì cinta da bellezza e ricchezza…. E sì popolata da migliaia di volti,
di fini intelletti e ardenti fuochi: ciò che ogni dama cerca, la mia città
l’offre!

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Amare lacrime pianse allora il vecchio… poi invocando il
contegno del soldato che fu, le asciugò e così parlò: Incantevole
dama…invidio la luce che pervade i vostri occhi mentre la vostra favella
narra della vostra terra… invidio l’allegro ricordo che d’essa avete!
Quand'io sol morte e dolore rimembro!
Non vi inganni la lunga e imbiancata barba..non vi inganni lo sguardo
spento dal tempo, né la mia schiena vergognosamente china. Principe fui
delle mie terre quando ancor nobile stirpe la popolava. Eroi i miei antenati
che vi poser per primi piede…. Ed io mi macchiai dell’onta di aver mandato
in fumo il loro regno!
Ero amato..rispettato da tutti, quando la mano callosa e implacabile
della barbarie distrusse ciò che la mia stirpe per secoli aveva costruito.
Venivano dalle regioni a sud, una tribù di rozzi barbari che quasi
non avean parvenza umana, le loro mani impugnavan le pesanti asce da guerra
mosse solo da istinto e cieca rabbia non certo da senno e logica alcuna.
E l’istinto soppresse la ragione!
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Non erano molti, ma la crudeltà e la rapidità delle loro azioni
ci colsero di sorpresa demoralizzando le truppe. Case e fattorie
incendiate, campi stravolti e rovinati, l’ira di quegli energumeni
non s’arrestò nemmeno su donne e bambini! Gli uomini furono presi
dallo sconforto nel veder le loro famiglie decimate, eppur fino
alla fine combattemmo…io in prima linea…ferri s’incrociaron a lungo
su quel suolo che ormai perdeva il suo original aspetto per dar
posto a rovina e distruzione. Poi eccolo! Quel capo dalle orchesche
fattezze e dall’elmo bicorno sollevar con impietoso ghigno l’ascia
bipenne sul mio corpo stremato, invecchiato dalla sofferenza , riverso
sul terreno..le dita contratte e atterrite affondavano su quella
terra di sangue intrisa e gli occhi si imponevan di restar aperti
per accogliere con onore e coraggio l’ultima ira del nemico… ma
una mano si frappose tra me e la morte! Un giovane sbarbato, dalla
voce serena e giuliva mi celò l’orrida vista: “Non guardate vecchio
Signore…ho paura!”. Quelle parole apparvero insensate alle mie
orecchie, non lui, ma io dovevo aver paura e in un istante quel
pensier mi mise brutalmente di fronte all’amara verità di quel momento,
il coraggio del guerriero m’abbandonò e lacrime di fanciullo irrigaron
istintivamente il mio volto! Odio questo ricordo! Odio l’immagine
di un principe che piangente incontra la morte! Odio l’immagine
di un uomo che da miserevole pietà viene salvato! L’orco dallo sguardo
di brace che sovrastava le mie sfinite membra, lentamente abbassò
l’ascia, mosso a pietà più dalla paura dello sconosciuto ragazzo
che dalle mie lacrime.
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Or ripensandoci, credo che quel giovane barbaro dalle
angeliche emozioni fosse il figlio del Capo..un animo buono, puro,
così estraneo al resto di quella gente; non riuscii a portar rancore
a quel fanciullo per aver versato su di me l’onta della commiserazione,
eppur avrei desiderato che quell’ascia, anche solo per legge di
natura, fosse ricaduta pesante sul mio cuore straziato. Non fu così…e
in lacrime fui lasciato su quelle terre, solo, fra i cadaveri dei
miei uomini, intimamente morto!
Una lacrima bagnò la gota del canuto vecchio al pronunziar ultimo
verbo… Il Folle lo guardò! Spalancò le sue iridi, prese a respirar
con affanno…poi le braccia si protesero verso il vecchio e le mani
si poggiaron sul rugoso volto asciugando le lacrime con dedizione,
come a cancellar dolore da quel viso "Non piangete vecchio
Signore…vi prego…ho paura!"…Come un sussurro giunsero
quelle parole , ma come acuto urlo risvegliaron l’udito del vecchio.
Il Folle allor estrasse dal panciotto un vermiglio tulipano dai petali
leggermente appassiti, sfregò appena le dita della destra su di esso,
attorcigliando il petalo e tingendo di rosso le bianche falangi..poi
come sapiente artista, posò l’indice sul labbro superiore del vecchio…accompagnato
da uno stupito silenzio, lo mosse lungo il contorno delle corrugate labbra
e sulla canuta barba, pingendo quel volto spento dall’amarezza, e ornandolo
di un purpureo dolce sorriso. Poi lasciando le dita, magico strumento,
sospese qualche istante sul volto dell’uomo, piegò il capo sulla spalla
destra e sorridendo mirò il suo capolavoro!
Il vecchio sconcertato rimase ad osservarlo con stupor camuffato da
farsesco sorriso, ripetendo nella propria mente "…ho paura!";
la donna posò l’affusolata mano sul petto lasciando le iridi fisse sui
petali di quel tulipano da lei così ben conosciuto e ammirato; il bambino
sorrise e con ingenuità esclamò indicando il vecchio…"…come la
nera Signora!".
Pochi istanti di confusa intesa seguiron, durante i quali più volte sguardi
s’incrociaron e fuggiron, per infin cedere in un dolce sorriso.
Il folle “pittore”, fatal anello di congiunzione di molteplici storie,
luce di verità in una tenebrosa stanza da diverse menti immaginata, prese
per mano la dama e il bambino volgendo ancor al vecchio uno sguardo ricco
di orgoglio e soddisfazione per il lavoro compiuto..”ecco” sussurrò..”ora...
non ho più paura!”
Ecco MadLand! Un solo passato..ma mille storie, mille facce di
un solo dado, arguto disegno di un folle fato, che si diverte a incider
nelle menti con tratti a volte più forti altri meno, cosicché sbiaditi
ricordi appaion invece vividi e intensi in altre menti e viceversa!
Giungi straniero, a veder ciò che è stato,
ciò che è e che ancor accadrà.
Mistico, guerrier, o frivolo che il tuo occhio sia
Mad è pronta a riscrivere il passato,
per chiunque viverla vorrà!
Autrice Ghnomia
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